Tesina: “Vito Maurogiovanni: un poeta per Bari”

Pubblichiamo qui di seguito una tesina discussa all’Ordine dei Giornalisti di Bari per superare l’esame di abilitazione.
L’autrice è la dott.ssa Angela Michela Lomoro.

C’è un piccolo largo nel borgo antico di Bari. Adagiato sulla Muraglia, così come viene chiamata via Venezia, si affaccia sul mare e guarda, dall’altro lato, alla Basilica di San Nicola.

La piccola piazza è intitolata a Vito Maurogiovanni (1924-2009), il poeta della città. E non è il solo omaggio che il capoluogo pugliese rende al suo cantore, che è stato giornalista, sceneggiatore, drammaturgo e scrittore.

Il Consiglio regionale della Puglia, la Provincia e il Comune di Bari, l’Ufficio scolastico Provinciale e l’Ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana) hanno bandito il “Premio Vito Maurogiovanni”, rivolto agli studenti di scuola primaria e di scuola secondaria di primo e secondo grado. Il concorso, giunto alla seconda edizione, è finalizzato a valorizzare le identità culturali, la storia, la memoria, le testimonianze poetiche e letterarie della Puglia. Attraverso la lettura delle numerose opere di Maurogiovanni, gli studenti hanno creato lavori (teatrali, musicali, iconografici e multimediali) originali e inediti, ispirati agli aneddoti e ai racconti del poeta.

Generazioni diverse si sono dunque incontrate sulla base di valori etici, usi e costumi comuni e invariati nei decenni.

Il premio si chiama “Come eravamo”, dal nome dell’opera del 2005, in cui Maurogiovanni ha raccolto gli articoli pubblicati nella rubrica omonima della Gazzetta del Mezzogiorno, cui l’autore ha contribuito fino alla sua morte.

Leggere “Come eravamo” significa ripercorrere e rivivere la storia di Bari, attraverso i suoi personaggi, i suoi luoghi e gli aneddoti che Maurogiovanni, ancora bambino, apprendeva e conosceva nel retrobottega del caffè di suo nonno e poi di suo padre.

Il famoso “Antico Caffè”, fondato nel 1861 in via De Rossi e aperto notte e giorno fino al 1939, ha ispirato, tra l’altro, una delle più importanti opere teatrali di Maurogiovanni: “U cafè andiche”, dramma in tre atti in vernacolo barese.

Ed è proprio intorno al luogo prediletto del caffè che si riuniscono, nelle memorie di “Come eravamo”, le persone comuni di Bari. E’ una galleria di ritratti comici o drammatici, ma sempre autentici e genuini. Maurogiovanni affida alla parola scritta i ricordi della sua vita e di tutte quelle vite che si affacciavano all’Antico Caffè, ricostruendo così i problemi sociali e gli umori del popolo meridionale, prima e dopo la seconda guerra mondiale. In “Come eravamo” prende corpo «l’umanità di via De Rossi», come ha felicemente sottolineato Elvira Maurogiovanni, figlia di Vito.

Ecco entrare all’Antico Caffè il calzolaio “meste” Luigi. “Maestro” era l’appellativo dato agli artigiani che nel loro mestiere utilizzavano la creatività. Meste Luigi era analfabeta e ne soffriva al punto che spesso chiedeva agli altri clienti del caffè di leggergli le notizie del giornale. Alle 13 in punto, ora in cui negli anni ’30 – agli esordi della radio – veniva trasmesso il giornale radio, meste Luigi correva ad ascoltare le notizie dal mondo. Maurogiovanni ricorda che un giorno il calzolaio appassionato di informazione si congedò dal caffè, dicendo: «Vado a vedere come stanno le cose tra Cina e Giappone». E uno dei clienti, divertito, gli rispose: «Meste Luigi, mettici una buona parola».

In quegli anni è famoso in radio Nunzio Filogamo, con la sua celebre la frase: «Miei cari amici vicini e lontani, buonasera!».

I clienti dell’Antico Caffè, quasi come maschere tipiche del teatro popolare, vivono e descrivono abitudini, problemi quotidiani e precisi cerimoniali. Come quello di don Leopoldo, funzionario alla Manifattura Tabacchi di Bari. Don Leopoldo, napoletano, andava ogni giorno al caffè di via De Rossi, dove ordinava il “sussurro”: misto di caffè alla turca con rosoli al mandarino e al limone. Prima di berlo, ogni giorno, intonava la celebre canzone napoletana: «Chisto è ‘o Paese do sole, chisto è ‘o Paese do mare». Un verso che richiamava alla memoria la sua Napoli, ma che ben si addiceva alla città di Bari, porta del Mediterraneo.

Il caffè ospitava anche i ferrovieri prima che prendessero servizio nella vicina stazione centrale e i marinai che giungevano dal porto, attraverso i piccoli vicoli di Bari Vecchia. Le strade del borgo antico, spiega Maurogiovanni, erano strette e tortuose (e lo sono tuttora) per proteggere i viandanti dalle intemperie; le case erano addossate le une alle altre, per tenere al caldo la gente. I vecchi archi, poi, erano luogo d’incontro. Qui si radunavano i passanti a rendere omaggio alle figure dei Santi e della Madonna e le donne che portavano con sé il tavoliere, per fare le orecchiette (la piccola pasta, fiore all’occhiello della tradizione culinaria barese).

Al porto si arrivava anche con un tram che partiva dalla stazione e attraversava la centrale via Sparano, già salotto della città con i suoi bei negozi. Gli addetti al carico e allo scarico degli scafi erano chiamati “vastasi” e non passavano inosservati, per le bestemmie che pronunciavano durante la loro attività. Forse per questo, nonostante l’etimologia greca (da “bastazo”: portare), il termine ha assunto oggi, nella lingua dialettale o informale, un significato dispregiativo.

La forte componente autobiografica che si trova non solo in questa, ma in quasi tutte le opere di Maurogiovanni serve a ricostruire un intero contesto sociale, economico e culturale. Il passato, però, non va inteso in chiave nostalgica, ma come lo strumento per conoscere il presente. Il “Come eravamo” del libro e della rubrica sulla Gazzetta del Mezzogiorno, come ha sottolineato Lino Patruno nella prefazione, è anche “Come siamo” oggi, a distanza di decenni. Le vicende umane del trentennio 1930-1960, descritte con viva partecipazione dall’autore che ne è spesso il protagonista, sono le stesse della nostra contemporaneità. Cambia dunque il contesto sociale, oggi più ricco e più tecnologico. Non a caso, il panorama dei

nuovi media ha interessato da vicino Maurogiovanni che, negli ultimi anni della sua vita, ha tenuto un blog per lasciare sempre aperto il dialogo con i suoi lettori.

Premio Vito Maurogiovanni, le motivazioni di assegnazione dei premi da parte della Giuria

GIURIA

Presidente: Michele Mirabella
Componenti: Antonio d’Itollo, Giovanni Dotoli, Onofrio Pagone, Daniele Maria Pegorari, Corrado Petrocelli, Enzo Quarto

Comitato tecnico-scientifico: Maria Antonietta Abenante, Daniela Daloiso, Antonella Rinella, Celeste ed Elvira Maurogiovanni.

La giuria assegna il 1° premio ex aequo nella sezione “Scuole Primarie”, all’Istituto Preziosissimo Sangue di Bari, con la seguente motivazione: «Le classi coinvolte in una creazione teatrale già messa in scena nei locali della scuola e documentata da un dvd e da alcuni cartelloni, che documentano le fasi del lavoro e le riflessioni sulle opere letterarie di Vito Murogiovanni, hanno dimostrato una notevole capacità di invenzione e di vivace recitazione, ben cogliendo nell’opera di Maurogiovanni soprattutto l’interesse a fare delle diverse forme di narrazione un metodo di trasmissione generazionale e di educazione alla cittadinanza».

La giuria, altresì, assegna il 1° premio ex aequo nella sezione “Scuole Primarie” alla Scuola Settanni di Rutigliano con la seguente motivazione: «Molto apprezzabile è la capacità dimostrata dagli alunni della Scuola Primaria Settanni di Rutigliano di confrontarsi con un’opera recentemente molto amata di Vito Maurogiovanni, Re borbone e tre barboni, non semplicemente riportandola in scena, ma imitandone lo stile bilingue (dialetto napoletano, dialetto pugliese) e creandone una sorta di sequel in cui il ricordo del modello letterario e del suo autore si fonde con l’interesse per i temi delle emergenze ambientali e con l’impegno civico per la tutela del paesaggio rurale della Terra di Bari».

Ecco l’elenco ufficiale delle Scuole partecipanti al Premio “Vito Maurogiovanni – Come eravamo”

Scuole primarie:

– Istituto Comprensivo “Garibaldi” plesso Garibaldi – Bari
– Istituto Preziosissimo Sangue – Bari
– XVII Circolo Didattico “Poggiofranco” – Bari
– 1° Circolo Didattico Statale “Giuseppe Settanni” – Rutigliano

Scuole secondarie di I grado:

– Scuola secondaria di 1° grado “Tommaso Fiore” – Bari
– Istituto Comprensivo “Don L. Milani” plesso Ungaretti – Bari
– Scuola secondaria di 1° grado “Alighieri – Tanzi” – Mola di Bari
– Scuola Statale Secondaria di 1° grado “Michelangelo” – Bari
– Istituto Comprensivo “Balilla – Imbriani” – Bari
– Istituto Comprensivo “Garibaldi” plesso Pascoli – Bari
Scuole secondare di II grado:

– Liceo Classico Statale “Orazio Flacco” – Bari
– Liceo Statale “G. Bianchi Dottula” – Bari
– Istituto di Istruzione Secondaria Superiore Vivante – Pitagora – Bari

“Come eravamo” Il 17 gennaio, la premiazione della II edizione del concorso dedicato a Vito Maurogiovanni

Si terrà sabato 17 gennaio, alle ore 10.00, presso il Foyer del Teatro Petruzzelli di Bari, la premiazione di “Come eravamo”, il concorso, giunto quest’anno alla seconda edizione, dedicato a Vito  Maurogiovanni.

Porteranno i saluti: Onofrio Introna, Presidente del Consiglio Regionale della Puglia; Francesco Schittulli, già Presidente della Provincia di Bari; Antonio Decaro, Sindaco del Comune di Bari;  Mario Trifiletti, Dirigente USR – Puglia – Ufficio VII – Ambito territoriale per la Provincia di Bari, Enzo Quarto, Presidente Unione Cattolica della Stampa Italiana – Puglia.

Conduce la cerimonia di premiazione, Michele Mirabella, Presidente della giuria del premio, che consegnerà i riconoscimenti alle scuole partecipanti al concorso, presenti per l’occasione.

Il concorso, intitolato allo scrittore barese Vito Maurogiovanni, è finalizzato a   valorizzare le identità culturali, la storia, la memoria, le testimonianze poetiche e letterarie della Puglia ed è  promosso dal Consiglio Regionale della Puglia, dalla Provincia di Bari, dal Comune di Bari, dall’Ufficio Scolastico Provinciale e dall’UCSI – Unione Cattolica Stampa Italiana.

Per info tel. 080.540.27.59 – E.mail: progetti.biblioteca@consiglio.puglia.it – Facebook Fan Page: Biblioteca Consiglio Reg. Puglia – Twitter @Tecamediterrane  http://biblioteca.consiglio.puglia.it Giu. Mur.

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Resoconto Conferenza di servizio Premio Vito Maurogiovanni

Si riporta qui di seguito il resoconto sulla Conferenza di servizio sul Premio Vito Maurogiovanni svoltasi lo scorso 4 novembre presso la Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia.

“Gentilissimi,

la presente per informarvi sulla Conferenza di servizio svoltasi lo scorso 4 novembre in Biblioteca con gli insegnati e i dirigenti scolastici. 

Hanno partecipato alla riunione i rappresentati di circa 20 scuole.

Alcuni docenti hanno già iniziato a lavorare, altri hanno chiesto un po’ di materiale bibliografico, che gli abbiamo fornito.

Abbiamo inviato loro anche il link al sito dedicato al Premio che contiene molte informazioni utili (http://www.premiovitomaurogiovanni.it/). 

Durante la riunione è stata stabilita come data ultima per la consegna dei lavori il 10 dicembre.

I lavori saranno consegnati presso la Teca, e sarà mia cura avvisarvi tempestivamente dell’arrivo dei materiali. 

La data della premiazione è prevista durante l’ultima decade di gennaio, stiamo attendendo conferma di date da parte di Michele Mirabella, entro qualche giorno saremo in grado di comunicarvi gli aggiornamenti necessari. 

Grazie per la vostra collaborazione e un caro saluto

Maria Abenante

Servizio Biblioteca e Comunicazione Istituzionale

Consiglio Regionale della Puglia

Via Giulio Petroni, 19/A

70124 Bari (Italy) Tel. +390805402770

e-mail: progetti.biblioteca@consiglio.puglia.it

Premio Vito Maurogiovanni: consegna dei lavori entro il 10 dicembre 2014

Si riporta il comunicato della Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia a seguito della Conferenza di servizio con i Dirigenti e i Docenti delle scuole interessate al Concorso tenutasi il 4 novembre.

Gentilissimi,

innanzitutto grazie, anche a nome della dott.ssa Daniela Daloiso, direttrice della Biblioteca, per la vostra partecipazione alla riunione di ieri tenutasi in Biblioteca e relativa alla seconda edizione del Premio dedicato al nostro scrittore Vito Maurogiovanni. 

Vi ricordo che la data di scadenza della consegna dei lavori, come concordato dorante la riunione, è prevista per il 10 dicembre prossimo.

I lavori devono essere consegnati presso la Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia, via G. Petroni, 19/A – 70124 – Bari (vi pregherai di metterli alla mia attenzione: Maria Abenante).

Nel caso vogliate inviare i lavori via mail, la mail a cui spedire è: progetti.biblioteca@consiglio.puglia.it

 Nel caso abbiate bisogno di materiale bibliografico potete chiedere anche a me perché in biblioteca abbiamo un po’ di documentazione di e su Maurogiovanni, ma se non fosse presente in biblioteca possiamo aiutarvi a reperirlo.

In ogni caso per qualunque esigenza o chiarimento potete contattarmi, i recapiti sono in calce alla mail. 

Grazie per la vostra collaborazione e attendiamo i vostri lavori. 

Un cordiale saluto a tutti

Maria Abenante

Servizio Biblioteca e Comunicazione Istituzionale

Consiglio Regionale della Puglia

Via Giulio Petroni, 19/A

70124 Bari (Italy) Tel. +390805402770

e-mail: progetti.biblioteca@consiglio.puglia.it

Quando il primo ottobre si andava a scuola

Finalmente – finalmente? non so, per me stata sempre è una gran malinconia andare a scuola, una malinconia che mi prendeva non appena imboccavamo la via per raggiungere l’edificio scolastico e diventava sempre più chiara quando, in classe, si chiudevano la porta e le finestre e dalla cattedra cominciava la quotidiana lezione. Venne così il primo ottobre dell’anno scolastico 1931-32 e, con il grembiule nero, il colletto bianco e un fiocco rosso al collo, feci il mio ingresso nella scuola Giuseppe Mazzini, via Suppa, accanto all’edificio della Società Generale Pugliese di Elettricità- l’Enel di quei tempi- e il bel palazzo- foresteria delle Ferrovie dello Stato. A tracolla una vecchia cartella di cuoio, lucida, già usata dai miei fratelli. Era pesante, anche se il contenuto non era gran che. Il giorno prima, con mia sorella, eravamo andati dal negozio della vedova Trizio, la cartolibreria di via De Rossi angolo via Calefati, profumata di carte, d’inchiostro, di cartoni. La vedova Trizio, grassa, piccola, sempre vestita di nero, un po’ borbottona e attenta, con quei suoi occhi miopi, a controllare –una per una- le monete che versavamo per gli acquisti, consigliò lei stessa cosa comprare per il primo giorno di scuola della prima elementare: due quaderni, uno a quadretti, l’altro a righe, due pennini, un’asticciola, e basta. Bastava. Per regalo, e per augurio allo studente immalinconito, una bella carta assorbente, rosa, anzi due carte assorbenti, la seconda di colore scuro. Mia nonna volle aggiungere in quella pesante cartella il nettapenne, una serie di piccole stoffe cucite una sull’altra e fermate- al centro- da un grosso bottone. Prima di rimettere l’asta con il pennino ancora bagnato d’inchiostro nella cartella, dovevo pulire ben bene l’attrezzo. Per non sporcare le dita e non macchiare la vecchia cartella. Avveniva invece che, nei primi giorni, affondavamo le dita nel calamaio per dimostrare che già scrivevamo e anche per sentire quel buon odore d’inchiostro che ci faceva tanto studenti. Il primo giorno mia madre mi accompagnò per la lunga strada- tale a me sembrava – che portava in via Suppa. Vedevo il ” basso” della signora maestra, quella “ privata”, già con i bambini che lei intratteneva fino a mezzogiorno quando, al colpo di cannone sparato dagli spalti del Castello per annunciare l’ora ai cittadini, c’imponeva di cantare una canzoncina di cui ricordo solo alcuni versi che suonavano così: “… menzadì senanne/ l’angiue cantanne”, dove il mezzodì e gli angeli si univano in un melodico canto forse perché era anche l’ora nella quale tiravamo fuori dei cestini pane e ciliegie, pane e fichi, pane e un pomodoro, a me papà aggiungeva un grosso cioccolato.Ed era anche il tempo in cui finalmente potevamo bere, uno alla volta, all’unica brocca della signora maestra. “Ehi- avvertiva severa- un sorso solo. Non fate gli ingordi!”.
Ora era finito quel tempo, andavo con mia madre alla scuola pubblica, addio, vecchia maestra a tanto al mese, e il panchettino da portare da casa. Passavamo accanto al negozio del falegname-“ u meste d’asce”, il gran maestro dell’ascia- il quale era già al lavoro, un occhio alla strada dalla quale passavo; ed aveva già accanto lunghe mazze che solitamente ci regalava per farne fucili e spade e innocui armi di gran duelli cavallereschi. No, meste Coline, devo andare a scuola, non posso adesso chiederti le mazze, non posso tornare a fare il solitario re del lungo isolato. Quando arrivavamo all’altezza della chiesa dei Cappuccini, pardon Santa Croce, entravamo e mammà mi esortava a dire una giaculatoria alla Madonna così ti aiuta a studiare bene e a fare il bravo ragazzo. Poi il grande edificio di via Suppa. Tutti nel portone. Pieno, strapieno di mamme e figli, padri, nonni e vecchi zii. La folla era fermata da una gran vetrata accanto alla quale giganteggiava, in uniforme scura, il berretto con la visiera lucida ben calcato in testa, il gran maggiordomo di quel solenne ingresso: il basso e vecchio bidello. Con una mano teneva la porta socchiusa, pronto a correre alla vicina campanella che avrebbe suonato con tutto il suo vigore per aprire la vetrata e far entrare la marea dei familiari e degli studenti nel primo giorno di scuola. I ragazzi, tutti in grembiule nero, i colletti variamente ricamati e ritagliati, cartelle vecchie e nuove, erano un po’ incuriositi, un po’ annoiati, non sapevano cosa l’aspettasse dietro la vetrata . In quel gran bailamme entrò quello che sarebbe stato un mio amico per gli anni della scuola: Mangialardo, figlio di un contadino che aveva il suo orto al rione Picone. Era strabico, sulla testa tutta rasata esibiva una lunga cicatrice di vecchia data – una pietra di punta?-, non aveva colletto e fiocco rosso. Il grembiule gli stava stretto, nel suo bel mezzo dominava una bella pezza colorata. Sì, proprio dove solitamente erano cuciti i lunghi nastrini rossi che indicavano la classe da frequentare: per la prima elementare la striscia era solo una, due per la seconda, tre per la terza. La quarta e la quinta erano mostrate invece con i numeri romani, IV e V, anch’essi in rosso. Mangialardo non aveva la cartella. Fece il suo ingresso con una lunga fune alla quale era legata una vecchia padella. Sulla padella c’erano due quaderni, l’asta con il pennino naturalmente spuntato. Il bidello suonò la campana, la folla si precipitò alla vetrata: era il primo giorno di scuola dell’anno scolastico 1931-32, nono dell’era fascista.

Giovanni Pascoli a scuola in un ottobre lontano

Nel 1882 venne in Basilicata, passando naturalmente per Bari, il poeta Giovanni Pascoli. Non era ancora il grande vate della nuova Italia, ma solo un giovane docente alla ricerca di un posto fisso. Il posto fisso l’ottenne a Matera in qualità di reggente di lettere greche e latine nel locale Liceo. La Basilicata era lontana, lontanissima; ma il Pascoli, che aveva bisogno di uno stipendio anche per mantenere le sorelle , se ne scese nel Sud con una grande malinconia e con un cuore da pellegrino. Gli calzava bene la poesia appena scritta: “ Narran le pie leggende/ che ogni uomo è un pellegrino…/Al pellegrin vogliate,/ angioli, un po’ di ben…” Giosuè Carducci, il grande poeta e suo maestro, non gradì che il suo allievo venisse, sono sue parole “…nella merdosa Matera”. Giovanni Pascoli lasciò le sue sorelle, prese il treno in partenza da Bologna- erano i primi di ottobre 1882- e giunse a Bari per poi proseguire per Matera. Arrivò a Bari di primo mattino e scrisse a un suo amico dicendo di aver visto, o immaginato di aver visto dal treno, “ …la valle di Mattinata dominata dal monte Matino, o Saraceno, dove si precipitò Ettore Fieramosca”.
Pascoli dunque conosceva la leggenda popolare pugliese sul popolare eroe della Disfida di Barletta che, disperato per la morte della sua bella Ginevra, raggiunse il Gargano e ,da una rupe altissima di Mattinata, si precipitò nel bel mare che lo accolse fra le sue onde spumeggianti..

Anni dopo così descrisse il suo arrivo nel capoluogo pugliese: ” Bari…quanti anni sono! Ero biondo allora, e magro, e andavo a Matera, così a me cara, sebbene aspra e povera. E Bari mi sorrideva col suo mare azzurro prima che salissi e mi perdessi nei monti brulli. E mi faceva coraggio e mi diceva: Va, ascendi, su,su,su…”
Da Bari, il poeta prese una diligenza diretta a Matera.

La prima tappa del viaggio fu Grumo Appula che il poeta vide come un “ villaggio fangoso”. C’è da supporre che , in questa prima tappa, oltre 20 chilometri, ci fu il primo cambio dei cavalli. Giovanni Pascoli annotò che il suo viaggio verso Matera si svolse con “ il molto traballar di vettura, attraverso luoghi sinistramente belli”, intravisti di notte “ per vie selvagge”. E anche molti anni dopo così ricordava quel viaggio: “ Io ascesi una notte tra foreste paurose al lume della luna, cullato dalla carrozza, dalle dolci e monotone canzoni del postiglione. E’ una visione poetica che m’è sempre nell’anima, negli orecchi. Vorrei poterla fissare in versi. “.

Poi visse lunghi mesi a Matera e come passarono quei giorni basilischi lo apprendiamo dalle sue lettere. Ecco così che da una delle sue prime lettere apprendiamo :”…in generale sto bene a Matera. Son già cominciate le scuole. Il tran tran procede allegramente. Sol d’una cosa mi lagno: qui è troppo caro il vivere e l’alloggio, e tira quasi sempre scirocco, dimodoché io non posso fare economia , e non posso procurarmi con lavori straordinari qualche lavoro straordinario, perché quando tira scirocco il cervello dorme della grossa”.
Povero Zvanì Pascoli, destinato a divenire uno dei grandi esponenti della nostra letteratura: a Matera spira lo scirocco, e lui non ha la forza di dare qualche lezione privata o anche d’inviare qualche composizione lirica a giornali e ad editori. Almeno così par d’intendere il lavoro straordinario cui allude. A questo disagio è da aggiungere che nei primi tempi del suo arrivo in Basilicata non gli fu subito pagato lo stipendio . Ha tempo e voglia di scherzare però, sempre per via di epistole, con le sue lontane sorelle. In una lettera si legge che avverte di sentire un topo che rosica- ah, la sua casa posta in un umido sottoscala- non sa che cosa. Chiede allora che, per pacco postale, le care sorelline gli inviino un gatto.

Sì, i poeti non si privano, anche quando litterae non dant panem, del loro sognante umorismo. E’ interessante notare come, nelle sue missive, il Pascoli parli delle tempeste e del freddo e , in generale, del clima della zona. Dice ancora che “ qui tira scirocco, vento uggioso, molliccio e appiccicaticcio, ma caldo. Neve non s’è vista. Nebbia e pioggia, sì. Poca pioggia e molto nebbiume” ; e intanto, ragioni climatiche a parte, è attento alle produzioni locali per vedere se ci sia qualcosa da mandare ai suoi nella Romagna lontana. Scopre così che da quelle parti non ci sono arance, o cose del genere, per inviarle ai parenti lontani. Viene a conoscenza però che, nelle masserie materane, è prodotto un buon formaggio “giallo, tondo e grosso”: il provolone. A lui, quel formaggio, non piace; gli viene voglia però di farlo gustare a una buona zia lontana. L’occasione d’inviare un pacco con quel prodotto caseario, gli consentirà anche d’inviare dei regalini alle sue amate sorelle. Partì poi quel pacco con il giallo provolone da Matera verso la Romagna?

Incontro con Pier Paolo Pasolini

Nel 1964 non ero più residente a Matera. Ero tornato a Bari, nella mia città, ma nel capoluogo lucano avevo parenti ed amici e compari e i rapporti erano così affettuosi che continuavo a vivere sospeso fra le due località. Ogni occasione era buona per una
capatina fra i Sassi o giù, al nuovo villaggio della Martella, o su, verso la ridente collina di Timmari. Ero naturalmente attento ai fatti e agli avvenimenti e ai personaggi che popolavano la bella città lucana; e attentissimo quando all’orizzonte si profilavano eventi eccezionali. Figuratevi l’interesse- interesse culturale, si capisce- quando, nell’aprile di quell’anno, giunse a Matera Pier Paolo Pasolini con tutto il suo caravanserraglio per girare “ Il Vangelo secondo Matteo”. Ed era un caravanserraglio di gran nobiltà: c’era la madre, gentile e un po’ distaccata, forse intimidita perché il figlio le affidava la parte della Madonna. E c’era Enzo Siciliano, allora giovanissimo, e il poeta Alfonso Gatto, un po’ pesante nella sua andatura, lo sguardo stralunato e meravigliato nel trovarsi in un paesaggio diverso, il polemico Francesco Nicoletti, l’acuta Natalia Ginzuburg, il nipote della scrittrice Elsa Morante, il poeta Rodolfo Wilcock, il critico musicale napoletano Ferruccio Nuzzo, il famoso Tonino Delli Colli per le riprese cinematografiche. Un parterre di tutto rispetto ma che pure era guardato con un certo…sospetto da parte della cittadinanza maaterana. Erano, tutti questi illustri artisti, uomini di sinistra, comunisti addirittura; e allora i comunisti erano spesso scomunicati dalla Chiesa anche se al Comune e alla Provincia erano le sinistre a guidare le sorti del Materano. E poi, e poi quel Pasolini ateo che, in una cella monastica d’Assisi, s’era trovato al capezzale il Vangelo e l’aveva letto tutto di seguito, dopo vent’anni, come un romanzo. E nell’esaltazione della lettura gli era venuta l’idea di farne un film. Dio, diceva un prete che conoscevo e che pure era un sacerdote di grand’apertura culturale, Dio benedetto in che mani è capitato il nostro buon Gesù.

La comitiva spesso si spostava a Bari, Pasolini aveva scritto già il suo “ Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare” e aveva conosciuto, e consultato a suo tempo per il saggio, don Tommaso e Vittore Fiore. Incontri a cena, allora, al “ Marcaurelio”. A tavola sedevo anch’io con tutti quegli intellettuali destinati a diventare, nel film, Apostoli pieni di fede accanto allo spagnolo Enrique Irazoqui che, secondo Pasolini, esprimeva la forza, la decisione, il volto di Gesù come l’avevano visto i pittori medievali dal nome di Masolino, Melozzi da Forlì, Giotto, Carpaccio, El Greco, i manieristi del 1600. Pasolini, per la cronaca, prima di Matera era andato in Israele e in Giordania per trovare i luoghi della Passione; ma in quelle terre tutto si era trasformato. Trovò la sua Gerusalemme a Matera e girò alcune scene anche a Castel del Monte, a Barile, nel Crotonese per proporre Betlemme; e a Tivoli per l’orto del Getsemani.

Al “ Marcaurelio”, durante la cena con Gesù, la Madonna, i Discepoli e Pier Paolo Pasolini, la cara Brunetta, l’indimenticabile moglie di Vittore Fiore, solitamente acuta e spesso pungente conversatrice, non disse parola. Alla fine, quando la cena fu consumata, e la comitiva risalì in macchina per tornare a Matera, Brunetta fissò il marito e gli disse tagliente: “ Troppo ti fissava il Pier Paolo, troppo”.
Quattro mesi durarono i mesi della lavorazione del film. Avevo notizie, commenti e curiosità dai miei amici, parenti e compari materani, alcuni dei quali erano apparsi – in varie parti- nel filmato. Furono chiamati anche il mio sarto, un brav’uomo, veniva a prendere le misure dei vestiti direttamente in casa e non pretendeva – come fanno i sarti di tutto il mondo- grosse cifre. Soltanto che non aveva la mano felice nel taglio. Una volta mi aveva fatto un cappotto così largo ma tanto largo che, da magro quale sono, sembravo Carnera in persona. Fu scritturato anche il robusto guardiano notturno della Banca d’Italia. Mi aspettava ogni giorno sul portone di casa perché assumessi, nell’azienda che dirigevo, il figlio.

Brava gente, in sostanza, anche se ero costretto a scansarli perché l’uno mi voleva confezionare sempre un cappotto o un vestito e l’altro voleva l’assunzione del figlio.
Quando vidi il film all’improvviso mi apparvero il sarto e il guardiano della banca d’Italia: erano i Re Magi Melchiorre e Baldassarre. E portavano i loro doni al Bambino nato nella mangiatoia con tanto amore, tanta dignità, che da quel momento non scorsi più in loro l’umile modestia ma la regale Maestà dei Magi evangelici.
Il film fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, e il regista fu accolto da fischi e da ingiurie. Alla fine della proiezione, tutto il pubblico, commosso, applaudiva. L’opera era dedicata alla “cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII “.